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INSTALLAZIONE DI UN CANCELLO IN CONDOMINIO

Casa news 1 Febbraio 2019

Per quanto riguarda i cancelli, posti a chiusura delle aree di accesso al condominio, vengono in rilievo due norme del codice civile, l’art. 1102 Cc, a mente del quale tutti i partecipanti al condominio possono servirsi della cosa comune a patto che, non ne alterino la destinazione e non ne impediscano agli altri il pari uso e, a tal fine, possono anche apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa, nonché l’art. 1120 Cc per il quale, i condomini, con la maggioranza indicata dal quinto comma dell’articolo 1136, possono disporre tutte le innovazioni dirette al miglioramento o all’uso più comodo o al maggior rendimento delle cose comuni e, in particolare, con le suddette maggioranze, i condomini, tra le altre cose, possono disporre opere e interventi volti a migliorare la sicurezza e la salubrità degli edifici e degli impianti, opere e interventi previsti per eliminare le barriere architettoniche.

Per il contenimento del consumo energetico degli edifici e per realizzare parcheggi destinati a servizio delle unità immobiliari o dell’edificio, l’installazione di impianti centralizzati per la ricezione radiotelevisiva e per l’accesso a qualunque altro genere di flusso informativo, anche da satellite o via cavo, ad esclusione degli impianti che non comportano modifiche in grado di alterare la destinazione della cosa comune e di impedire agli altri condomini di farne uso secondo il loro diritto. L’assemblea condominiale con le necessarie maggioranze di legge, nei casi suddetti, con la maggioranza dei partecipanti al condominio e i due terzi del valore dell’edificio, trattandosi di innovazioni previste dal primo comma dell’articolo 1120 – (art. 1136 Cc) ovvero con lo stesso regolamento condominiale, possono limitare l’uso delle parti comuni.

La delibera di apposizione di cancelli, atti a disciplinare il transito pedonale e il passaggio veicolare, impedendo a terzi estranei al condominio l’indiscriminato accesso allo stabile, quando anche all’interno del condominio insistono delle attività commerciali, non comporta una innovazioni vietata dall’art. 1120 Cc, atteso che non risulta rinvenibile alcun mutamento di destinazione delle zone condominiali, secondo la prevalente giurisprudenza di legittimità, in tema di condominio, per innovazioni delle cose comuni devono intendersi non tutte le modificazioni, ma solamente quelle modifiche che, determinando l’alterazione dell’entità materiale o il mutamento della destinazione originaria, comportano che le parti comuni, in seguito all’attività o alle opere eseguite, presentino una diversa consistenza materiale ovvero vengano ad essere utilizzate per fini diversi da quelli precedenti.

Nell’ambito della materia del condominio negli edifici, per innovazione in senso tecnico, giuridico, vietata ai sensi dell’art. 1120 c.c., deve intendersi non qualsiasi mutamento o modificazione della cosa comune, ma solamente quella modificazione materiale che ne alteri l’entità sostanziale o ne muti la destinazione originaria, mentre le modificazioni che mirino a potenziare o a rendere più comodo il godimento della cosa comune e ne lascino immutate la consistenza e la destinazione, in modo da non turbare i concorrenti interessi dei condomini, non possono definirsi innovazioni nel senso suddetto (Cass. 15460/2002; Cass. 12654/2006; Cass. 18052/2012; Cass. 4340/2013).

Con specifico riferimento alla delibera di approvazione all’installazione di cancelli, è stato ritenuto che la disposta chiusura di un’area di accesso al fabbricato condominiale con uno o più cancelli per disciplinare il transito pedonale e veicolare anche in funzione di impedire l’indiscriminato accesso di terzi estranei a tale area, rientra legittimamente nei poteri dell’assemblea dei condomini, attenendo all’uso della cosa comune ed alla sua regolamentazione, senza sopprimere o limitare le facoltà di godimento dei condomini, non incidendo sull’essenza del bene comune né alterandone la funzione o la destinazione. (Cass. 9999/1992; Cass. 875/1999).

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